SI L'AMMORE NO
Noi facciamo l'amore così.
In playback.
Tutto il mondo lo fa.
uno spettacolo di e con
Daniele Timpano e Elvira Frosini
spettacolo finalista al Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche "Dante Cappelletti" 2008
Le più belle storie d'amore sono quelle che finiscono quando uno dei due muore sul colpo. L’amore nell’immaginario collettivo, tra cliché, misoginia, pornografia, femminismo, sdolcinatezze e melensaggini.
Un uomo e una donna. S' incontrano. Si amano.
Si mangiano.
Si mangiano.
Daniele Timpano e Elvira Frosini attraversati e scossi dai più disparati materiali: da Faccetta nera a Little Tony, dalle canzoncine anni trenta a Frank Zappa e Celentano, da Goethe e Cavalcanti a Beautiful e Mahler, passando per gli Harmony e il Vangelo.
La mamma è sempre la mamma? La donna è una madonna? E l’uomo è cacciatore?
drammaturgia e regia: Daniele Timpano e Elvira frosini
assistenza alla regia: Alessandra Di Lernia
disegno luci: Dario Aggioli
registrazione audio: Marco Fumarola, Dario Aggioli, Lorenzo Letizia
produzione: Kataklisma, amnesiA vivacE
coproduzione: Arti Vive Festival
in collaborazione con: Centro di Documentazione Teatro Civile, Armunia, Consorzio Ubusettete
foto: Ulisse & Cannone, Jacopo Quaranta, Andrea Chesi
progetto grafico: Stefano Cenci
SI L'AMMORE NO - Promo video
Franco Cordelli
Corriere della Sera
"[...] La scena è vuota, vi è solo una bambola di gomma, una nuda
femmina appesa a un gancio. Il senso dello spettacolo è tutto in essa
implicito: “Dietro l'uomo romantico c'è l'uomo fascista”. Daniele
Timpano e Elvira Frosini presentano “Sì l'ammore no”. Sono distesi a
terra, proiettano le loro ombre sulla quinta di fondo, disegnano lo
spazio con le dita. Poi si alzano, attacca una canzone, Daniele e Elvira
vestiti di bianco e rosso si stuzzicano, punzecchiano il pubblico con
piccoli aforismi o battute-battibecco, come tra due giovani sposi. Ci
raccontano la storia del loro magico incontro. [...] I due scoprirono
l'amore. Ma che cos'è l'amore, anzi l'ammore? [...] Elvira si protende
verso il pubblico, lo interroga. Il pubblico risponde, risponde sempre. È
lì per quello, per abbracciare e sostenere questi infantiloidi assi del
palcoscenico e della confessione vera/finta. Il vero spettacolo è
questo. Questo il suo succo.”
Claudia Donzelli
Mercuzionline
"Un incontro tra il maschile e il femminile, partendo da cliché della
cultura cattolica postmoderna e radiotelevisiva per riapprodare ad
archetipi edipici, con qualcosa di imprecisato nel mezzo. Elvira Frosini
e Daniele Timpano si muovono sulla scena buia come marionette, nascosti
dietro occhiali colorati, o diventano improvvisamente reali, con enormi
occhi puntati sul pubblico ad esprimere tutte le loro perplessità e
impulsi. Un incontro, una possibilità, una minaccia, sia essa una rivale
gonfiabile o un omicidio. La prima volta avviene in playback, secondo i
luoghi comuni del caso, ognuno immerso nella sua solitudine. Da rivalse
femministe, che risultano sfasate rispetto a un desiderio d’amore
arcano, a rivalse maschiliste di sopraffazione o di fuga verso
l’omosessualità, ugualmente inadeguate al primordiale istinto,
l’affannarsi reciproco confluisce nel mezzo di un cappio rosso:
dinosauro? simbolo fallico? animale domestico? surrogato di un figlio? o
parto osceno di una società allo sfascio? I due ne bramano la
preferenza come momentanea soluzione alle rispettive insoddisfazioni: “a
chi vuoi più bene, alla mamma o al papà?” La piccola creatura
illuminata di rosso canta, e qualche volta sogna di uccidere mamma e
papà.
Un tentativo di dare voce al pubblico si tramuta nell’impossibilità di
autonomia del sentire quando le risposte sono preregistrate,
preconfezionate e inculcate, lo spirito nazifascista serpeggia
inquietante sotto affermazioni di reciproco affetto e desiderio,
sfociando nel cannibalismo. Finale in medias res. To be continued?"
Luigi Coluccio
Lettera22

Il nostro, non il loro -di Daniele Timpano ed Elvira Frosini. Si
l’ammore no è il grido disperato e sincero, sinceramente disperato, di
questi ultimi due romantici della scena –e non. Ma nello spazio vuoto
che è divenuta la nostra sfera perfetta emozionale nessuno può sentirti
urlare. E così la delicata operazione spettacolare compiuta dai nostri
–andati in scena al Teatro Colosseo di Roma dal 17 al 22 novembre-
rischia di passare inosservata, anestetizzata, o peggio ancora –e questo
pericolo dai denti sporchi e aguzzi è dietro l’angolo ad aspettarli per
tutta la durata del lavoro- fraintesa, respinta a priori. Mostrano le
cose come stanno, EF e DT –tags che suggellano la loro dichiarazione di
intenti “Noi facciamo l'amore così. In playback. Tutto il mondo lo fa”,
come i graffiti sovversivi e reietti che apparivano in uno dei
capolavori (mancato… ma questa, in fin dei conti, non è la storia di
quel decennio?) del cinema degli anni ’80, Essi vivono. Mostrano,
imperterriti, insensibili, immagini di cui siamo schiavi e di cui
vorremmo essere lo specchio, corpi che si sostituiscono alla
consapevolezza dei nostri, rapporti umani ritagliati su misura e colori
dalle vite di divi bidimensionali assaporati su carta o sullo schermo
–che poi, infine, non sono la stessa cosa? La stessa superficie? Lo
stesso altrove?
[...] Come scriveva Demetrio Stratos nell’ultimo album, citando
Baudelaire, “in fondo all’ignoto per trovare qualcosa di nuovo”. E i
nostri due ci sono andati, in fondo al noto. Sporcandosi e sporcando il
loro lavoro di finto perbenismo, stupidità, arrendevolezza. Senza
soluzione di continuità, come lo è il bombardamento “consapevole” a cui
siamo sottoposti, si susseguono canzonette del ventennio e bambole
gonfiabili, mitra e occhiali a forma di cuore, vestiti immacolati
sporcati da cravatte e scarpette rosso sangue, dibattiti forzatamente
divertenti ma in realtà muti.
Non c’è altro. Nessuna sovrastruttura spettacolare, testuale. In scena
solo loro due, Daniele ed Elvira. Ad inseguirsi, insultarsi, cantarsi e
ballarsi addosso. Facendosi del male ad ogni loro incontro, perché a
questo siamo destinati: ad un lungo e futile gioco delle parti falso e
perverso, stuprati da una Società delle Immagini e dei Canditi senza
nessuna possibilità di far affiorare qualcosa che sia intimamente e
provocatoriamente nostro. Ogni relazione sentimentale –e in questo caso,
scenica, spettacolare- viene degradata ai bordi di un qualcosa che di
volta in volta è Cuore di Rita Pavone o le pin-up di mitra vestite
delizia anti-tensione/stress/crollo psicologico dell’esercito americano.
E non è un caso che lo spettacolo non parli di un uomo o di una donna o
di entrambi, ma di un uomo in rapporto ad una donna: la madre.
[...] uno stridore indicibile ci permea e attanaglia per tutto lo
spettacolo, consapevoli della sincerità e del candore di quei corpi, di
quelle menti, abbruttiti da quel qualcosa di nuovo/noto di cui scriveva
Baudelaire e cantava Stratos. Assediati da un notevole disegno luci –a
firma Dario Aggioli-, i nostri, soltanto Daniele Timpano ed Elvira
Frosini, si mettono a nudo simbolicamente ed emotivamente [...]
Ma la sorpresa –oltre al pericolo sopra menzionato- è dietro l’angolo.
E’ il loro bambino, un piccolo dinosauro. Parto mostruoso che per forza
di cose è diverso, barbaro, perturbante. Gioco di specchi prodotto dalle
nostre menti assoggettate e fintamente sognanti, che respingono il
prodotto della loro unione ad una dimensione bestiale e primitiva, non
permettendoci di vederlo per quello che realmente è: il frutto
splendente di un amore intimo e per questo vero degli ultimi due
romantici della scena –e non."
Andrea Pocosgnich
Teatro e Critica
"[...]c’è una scena vuota che si riempie grazie alla presenza dei due
attori vestiti di bianco con occhialoni di plastica, le luci dai forti
contrasti di Dario Aggioli, una bambola gonfiabile che pende impiccata
alla graticcia e un dinosauro giocattolo, fermo in mezzo al palco, un
po’ animale domestico, un po’metafora multiforme dell’agognata
maternità. E allora via si parte con uno spettacolo godibilissimo, ma
che non risparmia nessuno: la donna con i suoi cliché da ventunesimo
secolo che rifiuta tutto, dall’uomo padrone (come le ha insegnato la
madre) al femminismo (sputando in faccia a Marx ed Engels), per poi
ritirarsi in disparte perché ha le cose sue; i dogmi impartiti
dall’attuale Papa sull’uso dei contraccettivi e poi l’uomo perennemente
schiavo del suo maschilismo. In questo frammentato bazar di “occasioni
teatrali” Elvira Frosini e Daniele Timpano reggono il ritmo, sfuggono
alla comprensione immediata e banale restituendo, all’interno del
cortocircuito realtà-finzione, momenti di vivace fantasia scenica.
D’altronde si dall’inizio si presentano al pubblico con i propri nomi,
dichiarando : “Questo non è uno spettacolo romantico. Questo è uno
spettacolo antiromantico. E’ uno spettacolo sul fascismo latente
nell’immaginario romantico maschile”. Dialogano con gli spettatori,
stabiliscono un contatto non solo emotivo, li mettono a disagio. Il loro
è anche un teatro delle contraddizioni. Con un anti-stile eterogeneo e
frastagliato ci svelano le ipocrisie del nostro tempo e lo fanno con il
pugno sinistro alzato e un sottofondo musicale che va da “Faccetta nera”
a “Questo piccolo grande amore”."
Simone Pacini
Klpteatro.it
"Daniele Timpano e Elvira Frosini, insieme nella vita e sulla scena,
confezionano uno spettacolo sulla coppia e sull’amore. Lo fanno
prendendosi poco sul serio, con sarcasmo e intelligenza. “Sì l’ammore
no” è il titolo che ben definisce questo stato. Quello a cui assistiamo
in realtà è più simile ad un talk show surreale, ad un format televisivo
intelligente (se ne esistono), dove il pubblico prende la parola e
chiamato in causa risponde.
È teatro autobiografico? È un reality teatrale? Certo è che Daniele e
Elvira sono sposati sia fuori che dentro il teatro, e questo mettere in
scena la propria storia d’amore rappresenta il 'leitmotiv' della loro
performance.[...] Tra elementi esilaranti (la storia di come i due si
sono conosciuti, la storia del cucciolo-dinosauro, la bambola
gonfiabile) e spunti di riflessione (la condizione della donna nella
società contemporanea, il machismo, gli anatemi del Papa contro il
preservativo) la cosa più interessante ci sembra questo collegamento tra
maschilismo e fascismo, entrambi vizi molto italiani. In una società
come la nostra, dove il maschilismo è presente in gran parte
dell’attività politica ed enfatizzato dai media, questa chiave di
lettura sembra molto calzante.
Alfio Petrini
Amnesiavivace.it
"Molto divertente e benfatto. E molto bravi Daniele Timpano e Elvira
Frosini, autori e interpreti dello spettacolo Sì l'ammore no, visto al
Nuovo Teatro Colosseo. L’oggetto è originale e imprevedibile. Le forme
sono credibili e intrecciano opportunamente razionale e sensibile. I due
protagonisti, nel pieno possesso dei mezzi artistici, si presentano
come una coppia nella vita e nell’arte, agiscono saltando la mediazione
del personaggio, utilizzano tutto quello che serve per comunicare.
Daniele ed Elvira "s’incontrano, si amano, si mangiano". I riferimenti
autobiografici ci sono, ma Daniele ed Elvira li nascondono, li rivelano e
li tradiscono, giocando con il pubblico e producendo un movimento
seducente che va dal particolare al generale. Si all’amore come utopia
concreta, no all’amore fatto di "cliché, misoginia, pornografia,
femminismo, sdolcinatezze e melensaggini". Temi all’ordine del giorno
della vita quotidiana, trattati però con acidula ironia e leggerezza
poetica. Generano un sorriso che non ci salva dalla vita e dalla
delusione della fine dello spettacolo, perché vorremmo che durasse
qualche altro minuto."
Marco Maurizi
Amnesiavivace.it
"In due sulla scena si può? E intendo in due proprio due, non due come
uno e mezzo o uno copia dell'altro, ma proprio due. Due. si può? Due
autori, due attori, due scenografi, due registi. Tutto di due e due in
tutto. E il due è il bilico, la bilancia, l'alternanza, la
contraddizione, l'irrisolto. Frosini e Timpano dunque provano a fare
due, a fare del due il possibile o l'impossibile punto di congiunzione
dell'esperienza dell'estraneo. Perché l'altro è ontologicamente
estraneo, alieno, diverso, oppure non è altro. Ma se è tale allora è
anche ciò che più spaventa, ciò che mi insidia nella mia identità, nel
mio essere-me-e-non-un-altro. Il due è il nome di tutto questo, perché
se non c'è Uno allora c'è Due e solo se non c'è solo Uno può esserci
l'Altro (gli altri, quelli vengono dopo, aperta la breccia nel monolite
che dunque sono).
Ma il due non è una formula rassicurante. Il due è anche la coppia, la
restaurazione dell'Uno, il ritorno di un'unità chiusa ed escludente in
cui si sta "attaccati come le mignatte" (Gaber): la famiglia come
cellula del nazionalismo. Si può fare che i due, la coppia, continuino
ad essere un due: l'apertura, l'abisso, l'eterogeneità dell'altro? Anche
questo due è implicato in "Sì l'ammore No", l'altro che una volta
trovato viene fagocitato e metabolizzato e, dunque, perduto in partenza.
Perché fare due, ma farlo davvero, significa provare l'impossibile
equilibrio instabile di una convivenza del diverso. Frosini e Timpano
giocano il gioco pericoloso di parlare del due, dunque di mettere in
scena uno spettacolo umanamente impossibile, l'impossibile umano come
spettacolo..."
Ma, quando io avrò durata l'eroica fatica di trascriver questa
recensione filosofica da questo dilavato e graffiato autografo, e l'avrò
data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica
di leggerla? Sto parlando dello spettacolo o sto solo speculando
prendendo come spunto ciò che ho visto? Arduo dilemma che, guarda caso, è
proprio il dilemma del due. Ricominciamo dal principio, dunque, cioè
dall'Uno, invocando quella leggenda che narra come Dio abbia tentato 27
volte di creare il mondo prima che gli riuscisse di fare qualcosa di
diverso da sé.
In principio, dunque. In principio era la meraviglia, che da Platone in
poi è considerata lo stimolo aurorale del filosofare. Si inizia a
riflettere perché qualcosa ci meraviglia, l'interesse nasce dallo
stupore e l'interesse ad una recensione non fa eccezione. Ho visto "Sì
l'ammore No" e sono rimasto affascinato dal gioco a incastri di gesti,
smorfie, parole, suoni e colori, dalla costruzione di un'estetica
grottesca del quotidiano e dal suo repentino squarciarsi in impromptus
di quotidianità apparente: perché mi sembrava che tanto ci parlasse di
noi la proiezione burlesca dell'esperienza collettiva dell'amore che si
giocava sulla scena, quanto poco i momenti di dissolvimento della quarta
parete facesse veramente entrare in scena il pubblico o la vita
"reale". Abilissimo gioco di specchi in cui la salvezza dell'esperienza
estetica si garantisce nutrendosi della finzione del reale (anche e
soprattutto di ciò che, sempre sottoposto all'occhio di bue
avanguardistico della scena "allargata", rimane caparbiamente fittizio).
Ma tutto questo e l'altro ancora che dalla ricchissima tavolozza di
colori si concretizzava per l'occhio e l'orecchio divertito e interdetto
dello spettatore mi era sembrato fin da subito troppo per essere
rinchiuso in una recensione."
Mario Bianchi
Klpteatro.it
“Sì l'ammore no”, tragicomica commedia sul concetto di amore. La lotta dei sessi, espressi con le loro specificità e debolezze è servita con tanta ironia, intrisa spesso di corrosivo sarcasmo che lascia poco spazio al romanticismo. La scena è vuota, vi è solo una bambola di gomma e un piccolo dinosauro che poi si scoprirà essere il figlio della strana coppia, che sogna qualche volta di uccidere mamma e papà. Elvira Frosini e Daniele Timpano si confessano con le loro certezze e le debolezze, coppia vera e falsa, nascosti dietro grandi occhiali si cercano e nello stesso tempo si evitano, coinvolgendo e manipolando anche il pubblico; il risultato è sempre lo stesso, forse l'amore non esiste, forse c'è solo la forte necessità di avere qualcuno da toccare, magari da amare, come del resto dicevano tanto tempo fa Mozart e Da Ponte nel ?Così fan tutte?, solo che qui c'è Rita Pavone, sommersa da un nugolo di pallottole.
Sarah Paroletti
Art'O
“Vediamo di fronte a noi due attori, due personaggi, un uomo e
una donna, Daniele e Elvira, due mondi e due universi che non riescono a
entrare in comunicazione se non superficialmente, se non mantenendo una
distanza, fisica – nel senso che ognuno ha il suo rettangolo di luce - e
vocale – fanno l’amore in playback. [...] Ed è proprio in questa
distanza che si ritrova anche il senso della relazione con gli
spettatori, che possono entrare in quell’universo-spettacolo, in quella
sfera di vetro, solo accettando di rimanere separati dalla scena, o non
accorgendosi di essere divenuti anch’essi stereotipo, stereotipo del
pubblico posto dietro ad una quarta parete invisibile. Stiamo quindi a
guardare attraverso questo vetro invisibile il luminoso mare verde dei
colori dell’Italia, mentre il bianco Daniele se ne va, lasciando soli
Elvira in un’isola di luce rossa e noi nel buio della sala.”
Simone Nebbia
Teatro e Critica
“[...] A fondamento dello spettacolo c’è la devianza cui siamo stati
costretti, parlando d’amore, dalla cultura pop e dalla televisione, che
li porta a giocare con la musica, tradire sentimenti con lo straniamento
d’effetto, poter dire “noi facciamo l’amore così: in playback. Tutto il
mondo lo fa”, e questo è vero accidenti, abbiamo imparato a canzonare
noi stessi ripetendo frasi e gesti mutuati dalla tv, l’organo che
ripetiamo e che ci ripete al punto da non capire più qual è l’origine
delle cose o emozioni: il vero o il posticcio è la genesi? La
confusione, frammentazione della verità ha portato fin qui, a non capire
più se questi sentimenti ci appartengano veramente o siamo in una
vorticosa balìa di oceano in cui la barca si muove ora verso il sì, ora
verso il no, seguendo il dolce, ipnotico, sfuggente dondolare delle
onde.”
Ofelia Sisca
Teatroteatro.it
“La immensa possibilità di riformulare i casi e le esperienze della vita
scartando, ripulendoli del loro superficiale strato/stato di
quotidianità. Quello che nella realtà corrente non è scremabile, sul
palco lo è, ed è ordinaria stupefazione. [...] Surreale dissacratorio,
diverte e provoca con un ottimo uso dei tempi, con pause cercate, ma
estremamente naturali.”
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